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Seix6: sei domande per sei Fondazioni

 

La lente convessa sulle Fondazioni di Roma

 

Tavola rotonda: martedì 2 febbraio 2010, ore 17:00

  A cura di: Ilaria Caravaglio, Chiara Miglietta, Valentina Pugliese e Giovanna Sarno  Intervengono: Carla Subrizi – Fondazione Barruchello, Flavio Misciatelli – Fondazione Cerere, Ludovico Pratesi – Fondazione Guastalla, Anna Mattirolo – Fondazione MAXXI, Stefano e Raffaella Sciarretta – Fondazione Nomas,  Ilaria Della Torre – Fondazione Quadriennale, Franco Nucci – Fondazione Volume!, Simonetta Lux, Domenico Scudero   Martedì 2 febbraio 2010 alle ore 17:00 si svolgerà nell’Aula I dell’Università La Sapienza di Roma, la tavola rotonda Seix6: sei domande per sei Fondazioni. La lente convessa sulle Fondazioni di Roma, a cura di Ilaria Caravaglio, Chiara Miglietta, Valentina Pugliese e Giovanna Sarno, studenti dei Master di I e II livello in Curatore di Arte Contemporanea. La tavola rotonda, progetto conclusivo degli studenti/curatori dei Master, si pone l’obiettivo di presentare le Fondazioni che operano sul territorio romano per farne emergere le differenze, nel tentativo di creare un confronto tra le stesse. Il simposio vuole essere un dibattito stimolante che abbandona le forme classiche di un tradizionale convegno e verte su temi artistici, economici e sociali di forte attualità. L’incontro sarà un punto di partenza per un possibile percorso comune, un’occasione di discussione tra giovani fondazioni, giovani curatori e giovani artisti. In particolare verrà affrontato il rapporto tra l’istituzionalità della Fondazione, come ente privato senza finalità di lucro, e l’estro artistico delle nuove generazioni. Tale argomento stringe un forte legame con la mostra dal titolo AGIta, che sarà inaugurata lo stesso giorno, alle ore 19.00, negli spazi espositivi del MLAC. Le Fondazioni coinvolte sono: la Fondazione Baruchello, la Fondazione Pastificio Cerere, la Fondazione Guastalla, la Fondazione Nomas, la Fondazione Quadriennale e la Fondazione Volume!. Inoltre Anna Mattirolo, direttrice del MAXXI – Museo Nazionale delle arti del XXI secolo, presenterà l’interessante processo che ha visto il museo costituirsi in Fondazione. La tavola rotonda si presenta come una lente convessa sulle Fondazioni di Roma ed è concepita in due sezioni: la prima parte di presentazione, la seconda di confronto. Un video, breve ed accattivante, introdurrà il convegno. In questo filmato i direttori delle Fondazioni coinvolte rispondono a 6 domande inerenti la storia e l’organizzazione della propria struttura. Il montaggio è a cura di Alexander Jakhnagiev. Seguirà un momento di confronto e di interazione, dove i direttori delle Fondazioni saranno invitati a dibattere sulle tematiche affrontate. L’evento è organizzato dagli studenti dei Master di I e II livello in Curatore di Arte Contemporanea (a.a. 2008/ 2009), diretto da Simonetta Lux e curato da Domenico Scudero, istituito dalla Facoltà di Scienze Umanistiche. Il progetto è patrocinato da: Comune di Roma – Assessorato alle Politiche Culturali e della Comunicazione; Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Con il contributo della Regione Lazio per la ricerca “Applicazione nuove tecnologie multimediali arte contemporanea”  e  la partecipazione in qualità di media partner di DROME Magazine. Sponsor: Happy Cakes, Centopassi, Riserva della Cascina; sponsor tecnico: Vista.

 

 

AGIta

 

Arte Giovane Italiana

 

auroraMeccanica, Niccolò Angeli, Antonio Bardino, Alessandro Battisti, Ludovico Bomben, Anna Di Prospero, Massimiliano Pelletti, Paolo Pennuti, Giulia Ravazzolo, Alberto Scodro 

 

Inaugurazione: martedì 2 febbraio 2010, ore 19:00

 

A cura di: Silvia Bucchi, Lincoln Dexter, Diego Marchi, Laura Laruffa, Simona Raho, Ersilia Rossini, Valentina Trisolino

  Martedì 2 febbraio 2010 alle ore 19.00 verrà inaugurata negli spazi espositivi del MLAC, Museo Laboratorio di Arte Contemporanea dell’Università di Roma “Sapienza”, la mostra AGIta – Arte Giovane Italiana. La mostra vuole essere un’occasione di confronto tra giovani artisti già riconosciuti all’interno del sistema dell’arte, e sette giovani curatori che presentano una loro visione della scena artistica italiana di oggi. La diversità dei registri linguistici e la varietà delle forme espressive si intrecciano per dare spazio alle idee di nove giovani artisti e un collettivo – rigorosamente tutti italiani che insieme diventano un campione di ciò che si “agita” oggi nel nostro Paese. In un luogo come l’Italia, dove il solo fatto di essere giovani spesso sembra essere un impedimento, l’esposizione è tesa a dimostrare come, invece, le capacità artistiche esulano da un concetto legato all’età. Lo scopo è non solo quello di avvicinare il grande pubblico, ma anche quello di creare un luogo di incontro tra i vari attori che contribuiscono allo sviluppo dell’arte contemporanea. Gli artisti presentati sono: auroraMeccanica (Roberto Bella, 1983 e Carlo Riccobono, 1982), duo specializzato in videoinstallazioni interattive con temi riguardanti la cultura contemporanea italiana. Per la mostra è presentata un’opera inedita: un palloncino gonfiabile virtuale dove compaiono le opere di Damien Hirst, Maurizio Cattelan e Jeff Koons. Niccolò Angeli (1980), presenta un lavoro site specific strutturato nella forma di una caccia al tesoro che avrà come obiettivo quello di coinvolgere il pubblico in un viaggio alla ricerca di sé. Antonio Bardino (1973), da diversi anni si dedica in modo specifico alla pittura indagando gli interni contemporanei, in particolare i terminal degli aeroporti, di cui dà una rappresentazione iperrealistica. Alessandro Battisti (1977), artista molto attento nell’osservare la società, i suoi vizi e le sue incongruenze di cui dà nelle sue installazioni una rappresentazione ironica e sagace suscitando, in chi le guarda, una risata amara. Per la mostra presenta un’installazione-performance sulla situazione di svendita sociale e culturale dell’Italia. Ludovico Bomben (1982), le sue installazioni site specific interagiscono con lo spazio alterandolo e ricostruendolo, in questo modo invita il pubblico a intervenire per superare la rigidità dell’opera d’arte e ribaltare senso e funzione d’uso degli oggetti. Anna Di Prospero (1987), per l’evento espone tre opere fotografiche dove utilizza il suo corpo come mezzo per raccontare viaggi intimi e al tempo stesso universali, seguendo uno dei filoni più innovativi della fotografia contemporanea: l’unione tra finzione e realtà. Massimilliano Pelletti (1975), mescola il  linguaggio umoristico e sarcastico di Damien Hirst, Tracey Emin e degli altri artisti del ‘Brit Pack’ degli anni ‘90 con il patrimonio linguistico, filosofico ed artistico della cittadina toscana di Pietrasanta. Per la mostra presenta un’installazione incentrata sull’idea di nostalgia attraverso la morte di Snoopy. Paolo Pennuti (1974), utilizza principalmente la fotografia e il video creando opere di forte impatto che appaiono sospese. In mostra presenta un video in cui il piano-sequenza notturno evidenzia l’unione tra immagini e le due voci fuori campo creando effetti ipnotici e alienanti. Giulia Ravazzolo (1980), lavora sulla contaminazione delle arti spaziando dall’installazione alla performance e interagendo, attraverso l’utilizzo della luce e di materiali sintetici, direttamente con l’architettura e con gli spazi. In questo modo coinvolge lo spettatore in un continuo dialogo mentale, sensoriale e fisico. Alberto Scodro (1984), il suo lavoro si basa sulla spazialità e la fisicità degli elementi e dei materiali. In occasione della mostra propone un’installazione luminosa che gioca sul contrasto tra il bianco e il nero.

 

Gli artisti:

auroraMeccanica (2007) Un collettivo fondato da Roberto Bella (La Spezia 1983) e Carlo Riccobono (Milano 1982), che dal 2009 si avvale della collaborazione di Fabio Alvino (Foggia 1988). I suoi video interattivi trattano temi, sui quali riflettere e meditare, riguardanti la società e la cultura contemporanea italiana; l’interazione con le sue opere fa sì che lo spettatore riconosca ed affronti questi temi. Allo stesso tempo l’aspetto interattivo rispecchia le qualità di collaborazione ed interazione positiva spesso mancanti nella nostra società egoista. Per la mostra AGIta, auroraMeccanica presenta il video interattivo Bolle d’aria. L’opera è una critica al mondo dell’arte contemporanea, nel quale artisti, critici e galleristi cospirano nel creare e promuovere opere d’arte che spesso sembrano non più di oggetti d’auto-pubblicità. Lo scopo è quello di produrre artisti superstar le cui opere  diventano merci di lusso e status symbol, con prezzi inverosimili. Nel video, questo mercato sopra gonfiato viene simbolicamente rappresentato da un palloncino, sul quale appaiono immagini di opere di tre degli oligarchi del mondo dell’arte, Cattelan, Hirst e Koons. Lo spettatore è invitato a gonfiare questo palloncino virtuale, usando una pompa (vera), sulla quale un’opera di uno di questi tre artisti è disegnata. Mentre inizialmente impercettibile, come il palloncino cresce ad un’altezza di un paio di metri, l’immagine diventa chiara. Dopo che l’immagine arriva al suo massimo, serve solo un’altra pompata per causare l’esplosione del palloncino. Il palloncino è una metafora potente per il mercato dell’arte contemporanea e l’instabilità dei suoi prezzi e delle sue stelle. Un mercato così centrato sui suoi grandi personaggi che spesso non lascia nessuno spazio per giovani artisti di talento, come quelli rappresentati in AGIta.

Lincoln Dexter

 

auroraMeccanica, 'Bolle d’aria', 2010, pc, proiettore, pompa, sistema interfaccia naturale

 

    Niccolò Angeli (Siena 1980) Si è laureato in Visual Design presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze. Ha partecipato nel corso degli anni a vari progetti di arte e design solidale, come la sistemazione di spazi ospedalieri e la riconversione di ambienti degradati. A Bologna ha studiato pedagogia e didattica dell’arte, iniziando a produrre libri illustrati per l’infanzia. Attualmente vive tra Siena e Firenze, alternando al lavoro di grafico e illustratore la partecipazione ad eventi di arte contemporanea. Il lavoro di Angeli si basa sulla centralità dell’interazione tra lo spettatore e l’opera; per questa ragione gli elementi che la compongono assumono una forma solo nel momento in cui vi si entra direttamente in contatto. Le parti che formano il tutto diventano così centrali per il disvelamento del senso che si rivela solo quando dell’opera non è rimasto più nulla. Consumare l’opera vuol dire nutrirsene pezzo per pezzo, smantellarla per darle un senso nuovo. Il concetto richiama anche alla formazione di questo giovane artista che ha fatto della “condivisione” il suo obiettivo. Questo il senso di installazioni quali Il Dono (2007) in cui dei pacchi postali datati fino al 2011 potevano essere raccolti dal pubblico per essere aperti solo nella data di scadenza. Dentro ogni pacco un messaggio che assume significato solo grazie a chi lo legge. L’opera vivrà solo quando tutti i pacchi saranno stati scartati. I materiali che utilizza Niccolò sono materiali di uso quotidiano come ad esempio la carta. Per AGIta Angeli presenta Viaggio al centro del cuore, un’esplorazione sulla possibilità di accelerare il processo di evoluzione personale grazie ad un oggetto cosiddetto d’arte. L’opera è strutturata nella forma di una “caccia al tesoro”, che porta lo spettatore ad avere una partecipazione attiva nello svolgimento dell’opera. Con Viaggio al centro del cuore continua la sperimentazione sociale intrapresa dall’artista ne Il Dono. “Questo tipo di ricerca ha segnato anche un cambiamento importante nel mio modo di concepire la funzione dell’arte all’interno della società. Ho sentito il bisogno di pensarla come uno strumento in grado di accelerare l’evoluzione profonda delle cose, così come di portare insegnamenti ad un livello più sottile di quello intellettuale“, Niccolò Angeli.

Laura Laruffa

 

Niccolò Angeli, 'Viaggio al centro del cuore', 2010, carta; installazione site specific

 

Antonio Bardino (Alghero 1973)  Si è diplomato in decorazione all’Accademia di Belle Arti di Sassari. Nel corso della sua tesi ha avuto la possibilità di entrare in contatto e di frequentare diversi esponenti del movimento nucleare e dello spazialismo. Prima di interessarsi in modo specifico alla pittura ha sperimentato diverse tecniche, tra cui il mosaico e la computer grafica. Ha partecipato a numerose esposizioni, sia personali che collettive, tra cui, nel 2008, “Maninfesto”, presso il Centro d’Arte Contemporanea di Villa Manin. Negli ultimi anni Bardino si è dedicato all’indagine degli interni contemporanei, in particolare dei luoghi di transito. Soggetti prevalenti dei suoi lavori sono i terminal degli aeroporti, con tutti i significati che questi spazi portano con sé, per primi il viaggio, la fuga verso mete lontane e il senso di sospensione che si avverte quando ci si trova nel loro contesto. Ma è principalmente l’idea del luogo come contenitore che Bardino vuole esprimere in questi suoi lavori, luogo – o meglio non luogo – che presume la presenza dell’uomo, ma che sembra poter egualmente esistere anche senza di lui. Inoltre tali soggetti permettono al nostro artista di confrontarsi sia con la contemporaneità, che con la realtà quotidiana, questioni centrali nel suo lavoro. Quanto alla tecnica utilizzata, elemento di non minore rilevanza, considerato anche l’allontanamento dell’arte attuale dalle tecniche più tradizionali come la pittura, Bardino rappresenta i suoi terminal in modo iperreale al punto che, a un primo sguardo, i suoi dipinti potrebbero sembrare vere fotografie anziché pitture. E, non a caso, proprio gli scatti fotografici sono il punto di partenza del suo lavoro. Questi vengono fatti propri dall’artista, che li rielabora, attraverso l’ausilio della tecnologia, per creare nuove immagini; queste ultime vengono a loro volta utilizzate come modelli per le pitture vere e proprie, olii su tela realizzati nel formato classico della pittura da cavalletto. Dunque il dipinto si pone come fase finale di un processo più complesso e, se vogliamo, anche inverso: Bardino si avvale della tecnologia per realizzare pittura tradizionale. Va però sottolineato come, se si osserva con maggiore attenzione, le tele si rivelino tutt’altro che reali e non certo per mancanza di perizia tecnica: gli aeroporti di Bardino appaiono stranamente silenziosi poiché svuotati di qualsiasi presenza umana, contrariamente a quanto accade effettivamente. In questo modo Bardino dimostra anche come sia sufficiente una piccola variante in una rappresentazione convenzionale per rendere il senso di spaesamento nell’osservatore. La mostra AGIta presenta quattro lavori di questa serie: Gate B1-B4, Gate A1-A27, entrambi rappresentanti l’aeroporto di Roma Fiumicino, Loading e Transit to Charles De Gaulle airport, quest’ultima opera del 2009. 

Ersilia Rossini

 

 

Antonio Bardino, ‘Gate B1-B4’, 2005, olio su tela, 60 x 80 cm, Courtesy Galleria Dora Diamanti, Roma; ‘Gate A1-A27’, 2005, olio su tela, 80 x 60 cm; ‘Loading’, 2005, olio su tela, 60 x 80 cm; 'Transit to Charles De Gaulle airport’, 2009, olio su tela, 80 x 60 cm

 

 

  Alessandro Battisti (Viareggio 1977) Dopo essersi diplomato all’Accademia di Belle Arti di Carrara in scultura e aver acquisito esperienza presso le fonderie pietrasantine, si cimenta nelle installazioni, caratterizzate da un vivo interesse per le problematiche sociali, che lo portano, dal 1998, a partecipare a numerose mostre collettive in Toscana. Battisti è un attento osservatore della società, dei suoi vizi e delle sue incongruenze; nei suoi lavori le ipocrisie del mondo vengono smascherate e trattate con sagace ironia suscitando sempre un sorriso, ma è un sorriso amaro, che invita lo spettatore a meditare e riflettere sui problemi che attanagliano la società odierna, per esempio la casa e la fame. Dietro tale ironia si cela però un’insofferenza verso questa stessa società: i materiali usati da Battisti sono sempre materiali di scarto, “border-line”, cose abbandonate provenienti da ciò e da chi la società elimina; ma il loro utilizzo in arte le nobilita, offre una occasione di rivalsa contro quel mondo dal quale sono rimaste escluse. Una sorta di invito a meditare sul fatto che una vita è possibile anche al di fuori del sistema accettato. Per la mostra AGIta l’artista versiliese presenta Senza titolo: un’installazione-performance sulla situazione di svendita sociale e culturale dell’Italia. Una bandiera italiana fatta di stracci in vendita è la visione ironica che Battisti fornisce del nostro paese nel quale oramai è in atto la mercificazione di ogni cosa: dal corpo, alle idee, ai valori.

Diego Marchi

 

 

Alessandro Battisti, 'Senza titolo', 2010, 280 Kg di vestiti, bianco rosso verde, 450 x 150 x 75 cm

 

Ludovico Bomben (Pordenone 1982) L’artista concentra la sua ricerca sull’uso della luce e l’alterazione del quotidiano attraverso di essa. Si tratta di installazioni site specific che interagiscono con lo spazio in modo ogni volta diverso, illuminandolo, oscurandolo, ricostruendolo. Gli interventi dell’artista creano fonti luminose artificiali e impossibili o quanto meno insolite, che si sostituiscono a quelle reali o funzionali cui siamo abituati. I lavori sono sempre essenziali, quasi minimalisti nella loro semplicità e linearità visive. Si crea un’atmosfera in cui spazio e tempo sembrano come sospesi. E’ il caso di Tre finestre, in cui l’artista ha ricostruito una stanza e installato dietro alle finestre forti luci a simulare un’illuminazione solare impossibile poiché proveniente da tre punti cardinali. Viene così scardinata la nostra consueta modalità di percezione, e i concetti stessi legati all’illuminazione e all’utilità, cui solitamente ricorriamo nella nostra quotidianità, sono ribaltati e acquistano un nuovo senso. Se l’utilità degli oggetti non è più necessaria, si apre la possibilità a nuove percezioni e nuovi modi di vivere lo spazio, di relazionarci con esso per attraversarlo e conoscerlo. Come nell’installazione 75 lampadari e 3 quadri, in cui le luci sono poste a livello del pavimento e sono rese così del tutto inutili. L‘artista ha realizzato anche lavori più “materici” in cui, accanto alla volontà di sollecitare il pubblico a interagire con l’opera e superare la rigidità di certi schemi, permane il ribaltamento delle normali funzioni d’uso degli oggetti, come avviene nella serie dei Write me, qui in mostra. La scritta, formata da matite inserite in un pannello di lamiera, è un invito e un imperativo al pubblico a interagire con l’opera superando le barriere di una fruizione passiva e contemplativa. Le matite perdono la loro funzione concreta ma diventano forma materiale per creare nuove frasi riacquistando la funzione comunicativa su un altro livello, e in modo tridimensionale. Solo l’intervento del pubblico permette la piena realizzazione dell’opera. Tra le principali mostre collettive, la partecipazione alla “91ma Collettiva Giovani” della Fondazione Bevilacqua La Masa a Venezia nel 2007 e “ManinFesto”, promosso dal Centro d’Arte Contemporanea di Villa Manin nel 2008. Del 2009 ricordiamo la menzione speciale al “Talent Prize”. Tra le personali, “75 Lampadari e 3 Quadri” nel 2006 presso la Galleria 42 contemporaneo di Modena e “Fuori Formato – 44 + 0,10” presso la Galleria Il Vicolo a Genova del 2009.

Silvia Bucchi

 

 

Ludovico Bomben, ‘Write me/A6’, 2010, lamiera forata, matite; 50 x 80 x 30 cm

 

Anna Di Prospero (Roma 1987) Comincia a fare fotografie nel 2003. Nel maggio 2008 è tra gli artisti invitati a “FotoGrafia, Festival Internazionale di Roma”, con una mostra presso la Galleria Gallerati. Nello stesso anno vince una borsa di studio per il corso triennale di fotografia presso lo IED di Roma (Istituto Europeo di Design) dove attualmente studia. Nell’ottobre 2009 partecipa alla V edizione della manifestazione “Fotoleggendo” con la serie io, anna e vince il premio “Prix Exchange 2009 Fotoleggendo” che le vale la partecipazione per il 2010 al festival “Boutographies. Rencontres photographiques de Montpellier 10ème edition”. Per AGIta l’artista presenta tre delle immagini più significative tratte dal progetto io, anna. La ricerca fotografica della Di Prospero appare ai nostri occhi come una scala che in successione si apre a significati e letture sempre più complesse. A un primo sguardo i cromatismi accesi e puliti e la presenza dell’autrice come oggetto/soggetto ci portano a immaginare storie fantastiche velate da una disneyana allure. Solo successivamente si comprende che la lettura va intrapresa in modo diverso, con un tempo lento e meditativo: le scene e i momenti rubati dall’atto fotografico non sono reali ma ben studiati, realizzati con un controllo e un rigore ferrei; la storia apparsa all’inizio tutta interna svela dettagli e tagli dell’inquadratura che portano il discorso al di fuori dei limiti fisici dell’immagine. L’ambiguità, propria della natura fotografica, risulta amplificata nei suoi effetti, l’osservatore ne rimane fatalmente colpito e inizia a porsi domande e a cercare appigli nel proprio immaginario. Questo è il fascino della fotografia di Anna Di Prospero.

Valentina Trisolino

 

 

 

Anna Di Prospero, ‘The Unwanted Guest’, 2008, stampa Lambda montata su alluminio, 50 x 70 cm, Courtesy Galleria Gallerati, Roma; ‘Senza titolo’, 2008, stampa Lambda montata su alluminio, 70 x 100 cm; ‘Senza titolo’, 2008, stampa Lambda montata su alluminio, 50 x 70 cm, Courtesy Galleria Gallerati, Roma

 

Massimiliano Pelletti (Pietrasanta, LU, 1975) Ci sono due lati della personalità artistica di Massimilano Pelletti. Le sue opere sono allo stesso tempo studi interni di problemi esistenziali ed opere che sia nel linguaggio visivo che nelle loro tendenze si relazionano con il grande parco giochi dell’arte contemporanea. Pelletti studia i suoi sentimenti più profondi, impregnando le sue opere con i temi che preoccupano la sua anima umana, problemi della vita, la morte e la nostra esistenza. Lui mescola queste preoccupazioni con il patrimonio artistico di Pietrasanta ed il linguaggio visivo e l’umorismo ironico di molta arte concettuale, seguendo la strada di Manzoni, Koons e gli ‘young British artists’. Pelletti crea opere che provocano un sorriso beffardo mentre ci costringono a meditare sulla nostra mortalità. Pelletti non è un artista vincolato ad un singolo mezzo o stile, scolpisce in marmo, crea fusioni in bronzo, utilizza oggetti trovati e materiali organici, ossa, tassidermie e flora, che meglio rappresentano la natura transitoria della vita. Crea sculture, installazioni site-specific, opere all’aria aperta, anche video, il mezzo non è importante, l’importante è fare sì che lo spettatore interagisca con l’opera portandolo a riflettere sulla natura dell’umanità e la sua esistenza.  L’opera, senza titolo, creata per AGIta gioca con le idee di nostalgia e di esistenza. Pelletti trasforma una scena di Peanuts, associato al gioioso mondo dell’infanzia, e lo unisce con l’idea della mortalità, giustapponendo il sogno della memoria nostalgica e la dura realtà della morte. La mostra coinciderà con il decimo anniversario della morte di Snoopy. L’ultima avventura del celebre cane è stata pubblicata il 13 febbraio 2000, il giorno successivo alla morte del suo creatore, Charles M. Schulz. Quello che ad un primo sguardo potrebbe sembrare una felice scena dell’infanzia, è in realtà un ricordo della nostra impermanenza.

Lincoln Dexter

 

Massimilano Pelletti, 'Senza titolo', 2010, cuccia: legno di pioppo smaltato, scheletro di cane, scheletro di ucello, 90 x 55 x 125 cm, sfondo: stampa digitale su carta, 150 x 200 cm

 

Paolo Pennuti (Forlì, FC, 1974) È tra i videoartisti italiani più interessanti della sua generazione. Nel 2007 si laurea allo IUAV di Venezia dopo aver vinto nel 2006 una borsa di studio alla New York University. L’artista utilizza principalmente la fotografia e il video creando opere sospese nel tempo dove la caratteristica principale è l’utilizzo di una pluralità di linguaggi: ciò produce uno slittamento di significati che induce l’osservatore ad una riflessione oltre la stessa immagine. Per AGIta Pennuti presenta il video Going to sleep is something absolutely certain in life con il quale ha vinto nel 2007 il primo premio e una borsa di studio BLM alla Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia. La sequenza video notturna, realizzata con una camera-car, riprende la cittadina di Biloxi, Mississippi, quattro mesi dopo il passaggio dell’uragano Katrina e successivamente elaborata con un montaggio del suono completamente ricostruito da un sound designer. La storia raccontata da Pennuti è quella di un uomo (Pedro Rodriguez, assicuratore) che, con voce tranquilla e composta, tenta di documentare i danni causati da una catastrofe che ha colpito il luogo in cui vive. Il suo lavoro e la sua posizione sociale sono compromessi e cerca inutilmente di reagire. Successivamente una seconda voce fredda e meccanica, programmata da un software attraverso la Tecnica PNL (programmazione neuro-linguistica), consiglia una serie di azioni per indurre al rilassamento e al sonno. L’uomo e la voce del software, raccolti in un ambiente che mostra l’effetto di un trauma e dei tentativi di superarlo, rappresentano due modi diversi di reagire alla situazione. In questo modo Going to sleep is something absolutely certain in life provoca nello spettatore un effetto alienante e ipnotico al contempo. I frammenti narrativi (immagini e voci) sono sottratti alla normale successione narrativa e ricombinati in un nuovo ordine spazio-temporale con una poeticità tutta propria dell’opera di Pennuti. Nel suo procedimento artistico, l’artista mette dunque in relazione e in contrasto elementi reali differenti componendo un nuovo livello linguistico.

Valentina Trisolino

 

Link video sample

 

 

  Giulia Ravazzolo (Arzignano, VC, 1980) L’artista utilizza diversi media, dalla fotografia all’installazione alla performance, portando avanti una ricerca che mira a mostrare in modo critico la società in cui viviamo, con le sue costrizioni e contraddizioni, coinvolgendo il fruitore sia a livello mentale sia a livello fisico e sensoriale. I suoi lavori creano immagini e situazioni che portano a riflettere sulla percezione del nostro corpo e sui nostri schemi mentali. Opere come Passaggio obbligato, qui in mostra, e Legame interagiscono in modo diretto con l’architettura degli spazi espositivi, modificandoli e condizionandone l’attraversamento, costruendo veri e propri prolungamenti fisici, quasi organici, delle pareti e del soffitto. Il pubblico è coinvolto in prima persona a confrontarsi con essi, non può evitarlo, dovrà necessariamente ridefinire il proprio percorso all’interno della sala. Può scegliere di aggirare l’ostacolo o di attraversarlo, immergendosi in esso in un’esperienza coinvolgente e straniante, visiva e tattile. Nella serie Malattie inventate, invece, Giulia Ravazzolo ha concentrato la sua attenzione sul corpo come soggetto dell’opera stessa, attraverso rappresentazioni grottesche di turbe psichiche o manie contemporanee che sembrano incise indelebilmente nei tratti somatici dei personaggi, deformati fino al paradossale attraverso la modifica digitale delle fotografie, allegorie di una società che si alimenta di simulacri e ipocrisie. Parte fondamentale della sua ricerca è la relazione, tra persona e mondo e tra persona e persona, relazione che cerca di mostrare nell’oggettualità dei suoi lavori e di mettere in gioco attraverso di essi, per approfondirne la conoscenza e la consapevolezza o per sovvertirne il senso. Tra le partecipazioni a mostre collettive ricordiamo “Art for Art’s shake” a Bologna nel 2006 e nel 2007, “Emersione” presso la Galleria Accursio nel 2007. Nel 2009 è stata selezionata per partecipare a “Simbionti. Esercizi di mutualismo museale” nell’ambito del progetto Gemine Muse Bologna. Tra le personali, “Contenitore dentro contenitore” del 2005 e “Legame” del 2006 presso Orfeo Hotel contemporary art project, “Malattie Inventate (Dittatura dell’Amore)” nel 2007 presso la Galleria La Pillola a Bologna.

Silvia Bucchi

 

Giulia Ravazzolo, ‘Passaggio obbligato’, 2010, licra, lattice, polistere, luci; 260(h) x 150 x 100 cm

 

 

  Alberto Scodro (Nove, VC, 1984) L’artista inizia il suo percorso di studi presso la Facoltà di Arti Visive e dello Spettacolo dello IUAV di Venezia. Ha partecipato a numerose collettive su tutto il territorio nazionale: nel 2009 ha tenuto una personale “Cardine” presso il Teatro Instabile di Napoli e da poco è inaugurata la sua seconda personale “Fune” presso lo spazio Monotono di Vicenza. Ha partecipato a numerose collettive tra cui: “ALEPH”, Krossing-Evento Collaterale della 53° Esposizione Internazionale d’arte La Biennale di Venezia; “Back to Front”, Spazio Via Brunetti 49, Roma; “Open Studios & Artist Talk”, Palazzo Carminati, Venezia; “Transvisions” con Mario Airò e Christophe Terlinden, a cura di Luk Lambrecht a Strombeek, Belgio;“Disagi. Immagini dal Manicomio di San Servolo”, Galleria Bevilacqua La Masa, Venezia; “Open #1”, Magazzini del Sale, Venezia, “Partenze&Arrivi – Percorsi di arte contemporanea #2” presso gli studi Boston University, Venezia. La collettiva OPERA 2009 presso Via Farini DOCVA a Milano inaugurata il 19 gennaio 2010.  I suoi recenti lavori artistici sono una sintesi tra diverse espressioni d’arte, equilibrio d’incontro tra pittura, performance ed installazioni, che mirano a interpretare in una nuova chiave di lettura l’integrazione tra la materia ed il territorio. Il luogo espositivo diventa oggetto stesso e complemento dell’opera, input iniziale nella creazione artistica e nella scelta dei materiali da utilizzare, sempre diversi e sempre in perfetta armonia tra loro. Il significato di arte per Alberto Scodro è un dialogo in continua evoluzione, dai molteplici significati e dai molteplici punti di vista, non può essere catalogabile e lotta continuamente per non diventarlo. In occasione della mostra AGIta, l’artista propone un’istallazione collocata sul soffitto del museo, un’opera creata e pensata in base alle dinamiche luminose del luogo di esposizione, un gioco di parole e di ombre che segna un percorso all’interno della sala per capirne il significato finale.

                                                                                                                                                Simona Raho

 

Alberto Scodro, ‘Senza titolo’, 2010, carta, plexiglass; installazione site specific